Non c’è dubbio che il federalismo potrà
modificare in modo sostanziale l’assetto istituzionale del nostro Paese, sia
sotto il profilo delle prerogative fiscali sia dell’intero sistema delle
autonomie.
Molti sostengono questa riforma in quanto attiverebbe un percorso verso la
valorizzazione delle autonomie territoriali e la responsabilizzazione delle
relative classi dirigenti.
Le cose non stanno così.
In realtà il decentramento già attuato a
favore degli enti locali non ha prodotto minori comportamenti viziosi, né
ostacolato casi di cattiva amministrazione.
Non è il potenziamento delle autonomie locali
che determina una maggiore loro responsabilità di fronte ai cittadini;
occorrono piuttosto “seri” meccanismi sanzionatori che garantiscano i cittadini e puniscano gli
amministratori che non rispettano i vincoli di bilancio.
Dopodichè occorre capire cosa accadrà nei casi
verificatisi di recente come il disavanzo del Comune di Roma o di Catania.
Interverrà ancora lo Stato - come accaduto
in questi mesi per volontà di quello stesso governo che oggi caldeggia questa riforma - o toccherà ai
cittadini pagare il conto?
Altra questione è: non ci vuole il federalismo
per applicare il criterio dei costi standard. Perché, in materia di sanità ad
esempio, le Regioni non hanno già provato a lavorare per avvicinarsi quantomeno
al livello dei costi storici delle Regioni più virtuose?
E ancora: quanto la responsabilità finanziaria
che impone di tagliare i costi in nome dell’efficienza, si concilia con la
responsabilità politica di chi deve elargire per ottenere consensi elettorali?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi su
cui occorrerebbe avere risposte.
E malgrado questi ed altri interrogativi di
non poco conto, alcuni accelerano
il percorso di questa riforma – la Lega Nord, in particolar modo, la sbandiera
già come un’avvenuta vittoria in vista delle amministrative e delle europee -
poiché del federalismo fiscale ne hanno fatto un punto decisivo e qualificante
della loro campagna elettorale.
L’opinione pubblica è divisa e, come spesso
accade, influenzata da slogan propagandistici inventati dai partiti: da una
parte gli elettori del Nord, soddisfatti perché pensano che questa riforma sarà prodromica a minori
trasferimenti al Sud; dall’altro gli elettori del Sud, preoccupati, che si
concentrano sul tema delle garanzie di perequazione per sterilizzarne gli effetti negativi.
A nessuno di loro però si è in grado di
offrire rassicurazioni e garanzie, poiché il disegno di legge che è stato
votato al Senato e che arriverà a breve alla Camera, è ancora una
scatola vuota, è
una delega al Governo a emanare i decreti attuativi nei prossimi ventiquattro
mesi, e stabilisce che tali
decreti saranno sottoposti non più al vaglio del Parlamento, ma di una
Bicamerale di cui oggi ignoriamo la composizione. Nonostante le modifiche
apportate al Senato grazie all’impegno della opposizione, il disegno di legge
non contiene elementi sufficienti e rassicuranti sull’impatto che la riforma
avrà in termini economici e finanziari su tutte le Regioni, e in particolare
sulle aree deboli del nostro Paese. Ecco perché l’unico federalismo possibile
va fatto non solo da maggioranza e opposizione, ma garantendo eguale
rappresentanza territoriale negli organismi deputati alla discussione.
Le ragioni delle aree deboli sono fondamentali
in questo percorso; in questo momento però la classe politica meridionale le
sta utilizzando in modo strumentale per riesumare un meridionalismo lagnoso e
assistenziale.
Devono piuttosto tramutarsi in oggettiva, orgogliosa e giusta pretesa di
garanzie per quei cittadini e quegli imprenditori onesti che per il sol fatto
di nascere, vivere ed operare in aree disagiate e svantaggiate, non devono essere ulteriormente penalizzati.
L’introduzione del principio di sussidiarietà
e la perequazione non bastano. Devono essere affiancate, per funzionare davvero, ad un serio
programma di riequilibrio territoriale e infrastrutturale, che metta in rete le
aree deboli con il resto del Paese, con l’Europa e con i Paesi del Mediterraneo.
Se si è in grado di fare questo, si puo’
accelerare sulla riforma. Se invece non si è capaci, perché c’è crisi, perché
ci sono i vincoli di bilancio dello Stato che non si possono ignorare, perché
si stanno utilizzando i fondi destinati proprio a questo scopo (FAS) per
tutt’altri bisogni ordinari, allora non ci sarà la possibilità neanche di
varare una riforma giusta e sensata. Per il Sud prima di tutto, e per l’intero
Paese.
On. Margherita Mastromauro (Pd)