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30-01-2009
Federalismo: chi paga il conto

Non c’è dubbio che il federalismo potrà modificare in modo sostanziale l’assetto istituzionale del nostro Paese, sia sotto il profilo delle prerogative fiscali sia dell’intero sistema delle autonomie.

Molti  sostengono questa riforma in quanto attiverebbe un percorso verso la valorizzazione delle autonomie territoriali e la responsabilizzazione delle relative classi dirigenti.

Le cose non stanno così.

In realtà il decentramento già attuato a favore degli enti locali non ha prodotto minori comportamenti viziosi, né ostacolato casi di cattiva amministrazione.

Non è il potenziamento delle autonomie locali che determina una maggiore loro responsabilità di fronte ai cittadini; occorrono piuttosto “seri”  meccanismi sanzionatori che garantiscano i cittadini e puniscano gli amministratori che non rispettano i vincoli di bilancio.

Dopodichè occorre capire cosa accadrà nei casi verificatisi di recente come il disavanzo del Comune di Roma o di Catania. Interverrà ancora lo Stato -  come accaduto in questi mesi per volontà di quello stesso governo che oggi caldeggia  questa riforma - o toccherà ai cittadini pagare il conto? 

Altra questione è: non ci vuole il federalismo per applicare il criterio dei costi standard. Perché, in materia di sanità ad esempio, le Regioni non hanno già provato a lavorare per avvicinarsi quantomeno al livello dei costi storici delle Regioni più virtuose?

E ancora: quanto la responsabilità finanziaria che impone di tagliare i costi in nome dell’efficienza, si concilia con la responsabilità politica di chi deve elargire per ottenere consensi elettorali?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi su cui occorrerebbe avere risposte.

 

 

 

E malgrado questi ed altri interrogativi di non poco conto, alcuni  accelerano il percorso di questa riforma – la Lega Nord, in particolar modo, la sbandiera già come un’avvenuta vittoria in vista delle amministrative e delle europee - poiché del federalismo fiscale ne hanno fatto un punto decisivo e qualificante della loro campagna elettorale.

L’opinione pubblica è divisa e, come spesso accade, influenzata da slogan propagandistici inventati dai partiti: da una parte gli elettori del Nord, soddisfatti perché pensano che  questa riforma sarà prodromica a minori trasferimenti al Sud; dall’altro gli elettori del Sud, preoccupati, che si concentrano sul tema delle garanzie di perequazione per  sterilizzarne gli effetti negativi.

A nessuno di loro però si è in grado di offrire rassicurazioni e garanzie, poiché il disegno di legge che è stato votato al Senato e che arriverà a breve alla Camera, è ancora una scatola vuota, è una delega al Governo a emanare i decreti attuativi nei prossimi ventiquattro mesi, e  stabilisce che tali decreti saranno sottoposti non più al vaglio del Parlamento, ma di una Bicamerale di cui oggi ignoriamo la composizione. Nonostante le modifiche apportate al Senato grazie all’impegno della opposizione, il disegno di legge non contiene elementi sufficienti e rassicuranti sull’impatto che la riforma avrà in termini economici e finanziari su tutte le Regioni, e in particolare sulle aree deboli del nostro Paese. Ecco perché l’unico federalismo possibile va fatto non solo da maggioranza e opposizione, ma garantendo eguale rappresentanza territoriale negli organismi deputati alla discussione.

Le ragioni delle aree deboli sono fondamentali in questo percorso; in questo momento però la classe politica meridionale le sta utilizzando in modo strumentale per riesumare un meridionalismo lagnoso e assistenziale. Devono piuttosto tramutarsi in oggettiva, orgogliosa e giusta pretesa di garanzie per quei cittadini e quegli imprenditori onesti che per il sol fatto di nascere, vivere ed operare in aree  disagiate e svantaggiate, non devono essere ulteriormente penalizzati.

L’introduzione del principio di sussidiarietà e la perequazione non bastano. Devono essere affiancate,  per funzionare davvero, ad un serio programma di riequilibrio territoriale e infrastrutturale, che metta in rete le aree deboli con il resto del Paese, con l’Europa e con i  Paesi del Mediterraneo.

Se si è in grado di fare questo, si puo’ accelerare sulla riforma. Se invece non si è capaci, perché c’è crisi, perché ci sono i vincoli di bilancio dello Stato che non si possono ignorare, perché si stanno utilizzando i fondi destinati proprio a questo scopo (FAS) per tutt’altri bisogni ordinari, allora non ci sarà la possibilità neanche di varare una riforma giusta e sensata. Per il Sud prima di tutto, e per l’intero Paese.

 

On. Margherita Mastromauro (Pd)

 

 

 

 

 

 

 

 



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