Gentile Direttore,
quella che stiamo vivendo non è solo
un’emergenza femminile, è un’emergenza sociale. Bisogna avere il coraggio di
dare i nomi alle cose, e la conta quotidiana degli stupri, delle violenze,
degli omicidi, non può avere altra definizione se non questa.
Le emergenze si affrontano, prima
ancora però si comprendono. Per comprenderle e affrontarle occorrono mezzi,
risorse umane e materiali.
Cominciamo col dire che l’ultima
finanziaria ha depauperato il fondo destinato allo sviluppo del Piano contro la
violenza alle donne istituito dal Governo Prodi di circa 20 milioni di euro.
Fondi che sarebbero stati utilissimi alla causa. Perché gli adeguamenti
legislativi – peraltro tardivi - da soli non bastano; perché è miope, decisamente poco saggio, pensare di
affrontare il problema drammatico della sopraffazione morale e fisica degli
uomini nei confronti delle donne, limitandosi all’inasprimento delle pene. C’è
bisogno di azioni strutturate che, partendo dalla costituzione di un
osservatorio permanente e di numeri verdi, arrivino a prevedere un
coordina
mento tra ministeri, operatori della giustizia, della sanità, gli enti
locali e le forze dell’ordine. In tutte le città andrebbero previsti centri
antiviolenza, oggi pressoché inesistenti; fondamentale dovrebbe essere la
formazione del personale medico, della pubblica sicurezza, degli assistenti
sociali. Perché, oltre alla certezza della pena, i punti su cui lavorare sono
la prevenzione e la tutela della vittima.
Nella quasi totalità dei casi, secondo
l’Istat, le violenze non vengono denunciate (il 93,8%); questo perché la
maggior parte dei maltrattamenti e delle violenze carnali rientrano nella
“violenza domestica”, cioè vengono perpetuate dai partner; o, altro problema
enormemente diffuso, da ex partner, che perseguitano, aggrediscono, uccidono:
oggi la violenza è quasi sempre una forma di rivalsa o di vendetta. Nove
violenze su dieci vengono però sottaciute: cioè quasi tutte. Le donne sono
tolleranti, e questo è l’aspetto più spaventoso di tutti.
Molte volte mi sono chiesta perché.
Perché queste donne contemporanee, che pure hanno studiato e quasi sempre con
profitto, che sono autonome o a cui nulla manca per esercitare la loro
autonomia, che sono figlie delle rivoluzioni sociali, che sono state abituate a
rapportarsi alla pari, in famiglia e sul lavoro, subiscono questi comportamenti
criminali, consentono che su di loro si esercitino questi soprusi. Per vergogna
il più delle volte, per non portare alla conoscenza di amici e parenti fatti
che si pensa sia preferibile tenere all’interno delle mura domestiche:
comprensibile, anche se inaccettabile. Ma il motivo vero è che le donne non si
sentono tutelate. Di quel 7% di loro che denuncia la violenza, il 20% si
dichiara insoddisfatto di come le forze dell’ordine hanno gestito il caso; il
3% si dichiara molto insoddisfatto. Questo perché quasi sempre si sono limitati
a prendere la denuncia; in misura solo residuale hanno arrestato il colpevole,
fornito protezione, dato informazioni sull’assistenza legale. Quello che le
donne chiedono in questi casi è serietà e accoglienza al momento della
denuncia, un aiuto ad andare via di casa; l’allontanamento del partner
violento, e soprattutto maggiore tempismo nella risposta. E’ per questo che un
disegno di legge antistalking, che pure va a colmare una lacuna tremenda, può
essere solo parte di un programma complessivo d’interventi. Diversamente, non
aspettiamoci miglioramenti.
La prevenzione, infine, che è l’aspetto
più delicato ed anche il più difficile da attuare. La violenza del più forte
sul più debole è il metro di un Paese che sconta le conseguenze di: un retaggio
culturale (basti pensare che il “delitto d’onore”, che permetteva al marito che
avesse ucciso la moglie infedele di godere di sensibili sconti, è scomparso dal
nostro codice solo nel 1981); un immiserimento culturale, che va avanti da
almeno un decennio (tv, reality, modelli negativi scambiati per modelli di
riferimento); una cultura del disprezzo e dell’emarginazione che la politica,
sempre più lontana dal tessuto sociale, sempre meno luogo e motivo di
aggregazione, non riesce ad evitare. Le azioni preventive dovrebbero partire da
qui, con la consapevolezza che l’emergenza è prima di tutto italiana. La caccia
allo straniero, le ronde, inutili quanto rischiose, sono un modo per distrarsi
dall’obiettivo. I dati appena
resi noti dal Ministero degli Interni lo confermano: chi stupra le donne, sono
al 61 per cento italiani.
Margherita
Mastromauro (parlamentare Pd)