Rassegna Stampa


05-03-2009
STUPRI,UN DRAMMA

Gentile Direttore,

 

quella che stiamo vivendo non è solo un’emergenza femminile, è un’emergenza sociale. Bisogna avere il coraggio di dare i nomi alle cose, e la conta quotidiana degli stupri, delle violenze, degli omicidi, non può avere altra definizione se non questa.

Le emergenze si affrontano, prima ancora però si comprendono. Per comprenderle e affrontarle occorrono mezzi, risorse umane e materiali.

Cominciamo col dire che l’ultima finanziaria ha depauperato il fondo destinato allo sviluppo del Piano contro la violenza alle donne istituito dal Governo Prodi di circa 20 milioni di euro. Fondi che sarebbero stati utilissimi alla causa. Perché gli adeguamenti legislativi – peraltro tardivi -  da soli non bastano; perché è miope, decisamente poco saggio, pensare di affrontare il problema drammatico della sopraffazione morale e fisica degli uomini nei confronti delle donne, limitandosi all’inasprimento delle pene. C’è bisogno di azioni strutturate che, partendo dalla costituzione di un osservatorio permanente e di numeri verdi, arrivino a prevedere un coordina mento tra ministeri, operatori della giustizia, della sanità, gli enti locali e le forze dell’ordine. In tutte le città andrebbero previsti centri antiviolenza, oggi pressoché inesistenti; fondamentale dovrebbe essere la formazione del personale medico, della pubblica sicurezza, degli assistenti sociali. Perché, oltre alla certezza della pena, i punti su cui lavorare sono la prevenzione e la tutela della vittima.

Nella quasi totalità dei casi, secondo l’Istat, le violenze non vengono denunciate (il 93,8%); questo perché la maggior parte dei maltrattamenti e delle violenze carnali rientrano nella “violenza domestica”, cioè vengono perpetuate dai partner; o, altro problema enormemente diffuso, da ex partner, che perseguitano, aggrediscono, uccidono: oggi la violenza è quasi sempre una forma di rivalsa o di vendetta. Nove violenze su dieci vengono però sottaciute: cioè quasi tutte. Le donne sono tolleranti, e questo è l’aspetto più spaventoso di tutti.

Molte volte mi sono chiesta perché. Perché queste donne contemporanee, che pure hanno studiato e quasi sempre con profitto, che sono autonome o a cui nulla manca per esercitare la loro autonomia, che sono figlie delle rivoluzioni sociali, che sono state abituate a rapportarsi alla pari, in famiglia e sul lavoro, subiscono questi comportamenti criminali, consentono che su di loro si esercitino questi soprusi. Per vergogna il più delle volte, per non portare alla conoscenza di amici e parenti fatti che si pensa sia preferibile tenere all’interno delle mura domestiche: comprensibile, anche se inaccettabile. Ma il motivo vero è che le donne non si sentono tutelate. Di quel 7% di loro che denuncia la violenza, il 20% si dichiara insoddisfatto di come le forze dell’ordine hanno gestito il caso; il 3% si dichiara molto insoddisfatto. Questo perché quasi sempre si sono limitati a prendere la denuncia; in misura solo residuale hanno arrestato il colpevole, fornito protezione, dato informazioni sull’assistenza legale. Quello che le donne chiedono in questi casi è serietà e accoglienza al momento della denuncia, un aiuto ad andare via di casa; l’allontanamento del partner violento, e soprattutto maggiore tempismo nella risposta. E’ per questo che un disegno di legge antistalking, che pure va a colmare una lacuna tremenda, può essere solo parte di un programma complessivo d’interventi. Diversamente, non aspettiamoci miglioramenti.

La prevenzione, infine, che è l’aspetto più delicato ed anche il più difficile da attuare. La violenza del più forte sul più debole è il metro di un Paese che sconta le conseguenze di: un retaggio culturale (basti pensare che il “delitto d’onore”, che permetteva al marito che avesse ucciso la moglie infedele di godere di sensibili sconti, è scomparso dal nostro codice solo nel 1981); un immiserimento culturale, che va avanti da almeno un decennio (tv, reality, modelli negativi scambiati per modelli di riferimento); una cultura del disprezzo e dell’emarginazione che la politica, sempre più lontana dal tessuto sociale, sempre meno luogo e motivo di aggregazione, non riesce ad evitare. Le azioni preventive dovrebbero partire da qui, con la consapevolezza che l’emergenza è prima di tutto italiana. La caccia allo straniero, le ronde, inutili quanto rischiose, sono un modo per distrarsi dall’obiettivo. I dati appena resi noti dal Ministero degli Interni lo confermano: chi stupra le donne, sono al 61 per cento italiani.

 

 

Margherita Mastromauro (parlamentare Pd)

 



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